Sobre este Blog

He decidido finalmente hacer públicos mis Apuntes de Misión. Son experiencias de vida que me han marcado y que intento presentar resumidamente para hacer más ágil y amena su lectura.


SOBRE EL AUTOR
El presbítero Belisario Ciro Montoya, pertenece a la Diócesis de Sonsón Rionegro en Colombia y, asociado al PIME (Pontificio instituto de misiones extranjeras), desempeña su ministerio en Bangladesh. Ordenado diácono el 24 de junio del 2011, es sacerdote desde el 29 de octubre del mismo año.

Padre Gregorio Schiavi

P. GREGORIO SCHIAVI (1935-2014)

P. GREGORIO SCHIAVI e'  morto il 2 Ottobre,
dopo lunga malattia, all’età di 79 anni in Bangladesh,
dove ha vissuto per 51 anni.
Nasce ad Onore, Bergamo, il 19 ottobre 1935.
Entra nel PIME a Villa Grugana nel 1958,
proveniente dal Seminario di Bergamo.
Il 30 marzo 1963 è ordinato presbitero a Milano dal card. G. B. Montini
e nell’ottobre dello stesso anno parte per la missione di Dinajpur.
P. Gregorio è mancato alle 12:00 ora locale del 2 ottobre 2014.
Il funerale si e' svolto il 3 Ottobre alle 15:00 e, secondo le sue volontà,
e' stato sepolto nel villaggio di Mohespur,
dove ha passato gli ultimi trent' anni di missione in Bangladesh.

               

Ecco un breve scritto sul padre Gregorio Schiavi, fatto dal suo confratello Padre Quirico Martinelli, Pime

_____________________
Carissimo Gregorio,

e cosi' ce l'hai fatta...
a morire in Bangladesh.

Tre anni fa ti avevamo comprato,a tua insaputa,
prendendo l'occasione della venuta di tuo fratello Virgilio, 
il biglietto aereo per andare in Italia insieme a lui,
a fare un controllo medico,
necessario dopo l'operazione che avevi avuto
anni prima alle valvole del cuore...
ma avevi detto ancora di no:
avevi paura, anche se non lo dicevi apertamente,
che non saresti piu' potuto tornare in Bangladesh...
Il Bangladesh e la sua gente
era la tua vita e la tua felicita'... 
51 anni di Bangladesh non sono pochi
e non sono stati facili neanche per te,
ma li hai vissuti con serenita, gustandoli
giorno per giorno...
Dopo i primi anni passati nelle missioni tradizionali,
hai fatto la scelta di vivere nel villaggio,
per essere ancora piu' vicino alla gente,
anzi,per diventare come loro...
I Santal,nel cui villaggio sei andato a vivere,
ti hanno accolto e ti hanno dato un nuovo nome
"Chondon" e uno dei loro cognomi "Mardi"...
Loro ti chiamavano "Naikè" che in lingua Santal
significa "uomo della religione"...
E cosi' hai vissuto 30 anni nel villaggio di Mohespur,
lontano dal centro della Missione di Suihari 40 Km.
Ti sei fatto uno di loro in tutto, nei loro pregi
e anche prendendo qualche loro difetto...
A molti di noi tutto questo sembrava anche un po' esagerato:
ma come si puo' misurare, se c'e' una misura, questo
" Farsi tutto a tutti..." come diceva S.Paolo?  (1 Cor.9,19)
Sono stati anni di grande lavoro:
scuole per i bambini, cooperative per i contadini,
lavoro per la gente (avevi iniziato anche una tessitura)
ed evengelizzazione: avevi sempre due catechisti a tempo pieno
che giravano per i villaggi non cristiani...
e parecchi villaggi non cristiani in quegli anni
hanno chiesto e ricevuto il Battesimo...
Io ho condiviso con te 10 anni,
stando pero' al centro della missione, a Suihari.
Ho visto i tuoi sacrifici:
(non ti preoccupavi per niente di te stesso: tu dicevi che la vita di villaggio 
non era un sacrificio per te, anzi ci godevi un mondo...).
Ho visto il tuo amore per la gente
e soprattutto per i bambini:
la tua casa ne era sempre piena.
Quanti ne hai fatti studiare
e quanti hai avviato al lavoro
nella nostra scuola tecnica di Dinajpur!
Venivi a Dinajpur con la tua moto
(che non hai mai voluto cambiare,
anche se spesso si rompeva, vista l'eta'...)
carica di bambini...
Una sera sei arrivato molto tardi, sotto l'acqua,
spingendo la moto rotta, con i tuoi bambini...
Dopo un po' ti ho sentito cantare,
mentre facevi la doccia...
E' questo, che faccio ancora fatica a capire
e in un certo senso anche ti invidio:
in tutti i guai e i dolori che hai avuto,
sei sempre stato sereno: mai ti ho sentito lamentarti
e tanto meno criticare o inveire contro qualcuno...
" Cetbon cekaia "  dicevi in santal,
che signifiva "Che vuoi farci ! "

E ne hai avuti tanti di dolori e fallimenti
(la tua tessitura e' fallita: il manager si e' magiato fuori i soldi... 
e poi anche la cooperativa di credito e' andata in crisi:
molti non davano piu' indietro i prestiti...)
Mi dicevi un giorno: "Vedi,quando i guai vengono dall'esterno,
si sopportano, ma quando vengono da quelli piu' vicini,
quelli che vivono con te, allora e' piu' difficile, piu' dura...
Con questo ti riferivi ai guai e alle delusioni avute nella tua famiglia,
da quelli che vivevano con te...
Ti dissi un giorno: "Tutti questi guai te li vai a cercare tu
o vengono per conto proprio?" Mi risposi: "Un po' tutti e due le cose!"
Secondo me tu gli volevi bene cosi' tanto,
da accettarli cosi' com'erano, nel bene e nel male,
e nel lasciare il resto al Signore...
Il sindaco di Mohespur (mussulmano)
alla fine del tuo funerale si e' rivolto alla gente dicendo loro:
"Ricordatevi che se non era per il padre Gregorio,
voi sareste scappati tutti in India e avreste perso tutto,
case e terreni..."
Con questo si riferiva ai disordini scoppiati negli anni '80
per cui molti tribali erano scappati in India
dove si sentivano piu' al sicuro.
Tu avevi faticato non poco a convincerli a restare,
dicendo loro " Non abbiate paura, io rimango con voi! "
Alla fine sono rimasti, tutti...
Anche tu potresti dire, come :
don Milani
"Signore, talvolta forse e' potuto sembrare
che io abbia voluto bene
piu' alla mia gente che non a Te.
Ma Tu, che tutto vedi e tutto comprendi,
sai bene che Tu sei sempre stato nel mio cuore
e tutto quello che ho fatto,
l'ho fatto per Te."
Riposa in pace, carissimo Gregorio,
e prega per noi il Signore
perche' tra le vicende belle e quelle difficili della vita,
sappiamo anche noi gustare un po' 
quella
"Perfetta Letizia"
di cui parla san Francesco,
e che tu hai avuto la grazia di godere...
I tuoi ultimi tre anni sono stati molto faticosi e dolorosi:

dentro e fuori dall'ospedale, ma sempre sereno, senza lamentarti, 
e sempre accogliente con tutti quelli che venivano a trovarti...
Hai terminato il tuo cammino in mezzo ai fiori...
e in mezzo alla tua gente, come tu hai desiderato... 
Ed ora puoi dire come (2 Tim. 4,1) san Paolo
" Ho combattuto la buona battaglia,
ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia 
che il Signore mi dara'..."
La corona di fiori l'hai gia' ricevuta dalla tua gente
e questo, penso, sia un buon lasciapassare
per avere la corona del Signore in Paradiso...
Un grande abbraccio da tutti noi...
Padre Quirico Martinelli
Pime

Senza la fede non si capisce


Andare in missione ad gentes, lasciando tutto: famiglia, amici, progetti, comodità, sicurezze, etc., è risultato per tanti dei miei cari un motivo di scandalo. Non lo si è capito proprio. E devo dire che, almeno in principio, non riuscivo a comprendere neanch’io le ragioni che c’erano dietro all’opposizione e alle critiche sollevate da tanti che, volendo il mio bene o non, si sono mostrati contrari alla mia intenzione di venire a lavorare con il PIME in Bangladesh.  Ma perché appare così strano che uno come me abbia la voglia di andare ai confini, alle periferie del mondo, non solo esistenziali ma anche geografiche, per evangelizzare? Come mai questa volontà di andare in missione non è vista come normale ma come una eccezione?
Io ho accolto veramente con gioia la notizia che il mio vescovo, informato sulla mia disponibilità a partire in missione, abbia espresso la sua soddisfazione. Dunque è stato per me un grande motivo di felicità perché da molto tempo desideravo fare un’esperienza simile a quella dei primi cristiani: vivere e lavorare tra e per quelli a cui non è arrivato ancora il messaggio del vangelo oppure lo hanno rigettato; potere essere testimone del vangelo in una società dove siamo minoranza; camminare verso gli altri in tutti i sensi che questa parola può avere; cercare i più lontani...
Tanti però, a cominciare dai miei più cari parenti ed amici, nell’apprendere questa notizia sono rimasti invece stupiti, meravigliati e forse scandalizzati. Non sono riusciti subito ad assimilare come fosse possibile che volessi andare così lontano. So, e ne sono certo, che dietro questi  pensieri non c’è niente di cattivo , ma non posso non chiedermi perché diventa così difficile capire, accettare e incoraggiare questa scelta.
Non posso qui addentrarmi nei dettagli, perciò subito vado al nocciolo della questione che, secondo me, sta alla radice di questo atteggiamento: ci manca la fede. Fede, si, come quella dei primi missionari cristiani e  come quella di tanti altri che allo stesso modo lungo i secoli si sono imbattuti contro ogni avversità e pericolo per portare a tutti la buona novella di Gesù di Nazareth; non hanno risparmiato niente per loro e rinunciando a tutto (beni, comodità, sicurezze, etc.) e a tutti (famiglia, amici, coppia, etc.) per poter, liberi nello spirito, si sono fatti tutto a tutti per raggiungere il maggior numero possibile per Cristo. Essi sono andati e girano ancora oggi dove lo Spirito li spinge per rendere tutti partecipi della gioia di credere nel Dio rivelato da Gesù.
Penso pertanto che questo sia il problema, questo il nucleo dell’assunto: ci manca una fede tale da costringerci a uscire dalle nostre frontiere esistenziali e geografiche alla ricerca dell’altro. Perciò vorrei ribadire con tutto il mio cuore ciò che sottostà alla mia scelta: voglio comunicare ad altri, specialmente i più lontani, il tesoro che ho trovato in Gesù. Desidero dialogare con loro, mostrare e guardare anche in loro il volto di Gesù. Non ho nessun’altra ambizione. Non so se qualcuno si farà cristiano;  mi auguro che saranno migliori e che io stesso diventi più buono, più ricco di umanità.
Termino con un aneddoto. Poco tempo fa, al telefono mia madre mi riferiva molto impressionata ciò che una nostra cara amica diceva: “Tuo figlio è diventato pazzo, come mai ha fatto questo ed è partito così lontano?”. “Ha ragione lei - ho detto a mia mamma - ma non ti meravigliare. È stato e sempre sarà così. Queste cose non le capiscono tutti. Davanti al mondo, ai senza fede, a coloro che considerano e giudicano l’esistenza come una carriera verso il potere, la fama o la ricchezza, una cosa del genere non la si può concepire”. Umanamente questa è una pazzia, perché considerato senza la fede non ha proprio senso. Senza fede il celibato, la dedizione a tempo pieno agli altri, la consacrazione delle proprie forze per servire Dio e i fratelli non ha significato. È qualcosa di folle, di vuoto. Ma così opera Dio tramite una logica diversa dalla nostra. Una logica, questa, che solo si può intravedere e accettare attraverso la fede in Colui che essendo Dio si è abbassato alla condizione di schiavo e di servo per farci fratelli e figli tutti dell’unico Dio.

Pbro. Belisario Ciro Montoya

PIME Settembre 2013
Publicado en la Revista InfoPime